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CAPITOLO XIV
LA SUA PAZIENZA. IL TRANSITO
1237 1. Francesco, ormai confitto nella carne e nello
spirito, con Cristo sulla croce, non solo ardeva di amore serafico
verso Dio, ma sentiva la sete stessa di Cristo crocifisso per
la salvezza degli uomini. E siccome non poteva camminare, a
causa dei chiodi sporgenti sui piedi, faceva portare attorno
per città e villaggi quel suo corpo mezzo morto, per
animare tutti gli altri a portare la croce di Cristo.
Diceva ai frati: “Incominciamo, fratelli, a servire il
Signore Dio nostro, perché finora abbiamo combinato poco”.
Ardeva anche d'un gran desiderio di ritornare a quella sua umiltà
degli inizi, per servire, come da principio, ai lebbrosi e per
richiamare al primitivo fervore il corpo ormai consumato dalla
fatica.
Si proponeva di fare grandi imprese, con Cristo come condottiero,
e, mentre le membra si sfasciavano, forte e fervido nello spirito,
sognava di rinnovare il combattimento e di trionfare sul nemico.
Difatti non c'è posto né per infermità
né per pigrizia, là dove lo slancio dell'amore
incalza a imprese sempre maggiori .
Tale era in lui l'armonia fra la carne e lo spirito; tanta la
prontezza della carne ad obbedire, che, quando lo spirito si
slanciava alla conquista della santità suprema, essa
non solo non si mostrava recalcitrante, ma tentava di arrivare
per prima.
1238 2. Ma perché crescesse in lui il cumulo
dei meriti, che trovano tutti il loro compimento nella pazienza,
l'uomo di Dio incominciò ad essere tormentato da molteplici
malattie: erano così gravi che a stento restava nel suo
corpo qualche parte senza strazio e pena.
A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità,
era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva
quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa.
Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue
angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori
lancinanti, un frate molto semplice gli disse: “Fratello
prega il Signore che ti tratti un po' meglio, perché
sembra che faccia pesare la sua mano su di te più del
dovuto”.
A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: “Se
non conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo
momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai
osato ritenere discutibili i giudizi di Dio a mio riguardo”.
E, benché stremato dalla lunga e grave infermità,
si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella
cruda caduta. Poi baciò la terra, dicendo: “Ti
ringrazio, Signore Dio per tutti questi miei dolori e ti prego,
o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così
ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai
e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla
tua volontà è per me consolazione sovrappiena”.
Per questo motivo ai frati sembrava di vedere un altro Giobbe,
nel quale, mentre cresceva la debolezza del corpo, cresceva
contemporaneamente la forza dello spirito.
Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito,
quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo
doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato
da Cristo.
1239 3. Durante il biennio che seguì alla impressione
delle stimmate, egli, come una pietra destinata all'edificio
della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della
prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità,
e, come un materiale duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione
sotto il martello di numerose tribolazioni.
Nell'anno ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero
a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito
della vita, là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia.
Quando vi fu condotto, per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità,
egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella
malattia così grave che pose fine a tutto il suo penare,
si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla nuda
terra: così, in quell'ora estrema nella quale il nemico
poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto lottare nudo
con lui nudo.
Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste
di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua
abitudine totalmente intento a quella gloria celeste, mentre
con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che
non si vedesse.
E disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra,
Cristo ve la insegni”.
1240 4. Piangevano, i compagni del Santo, colpiti e
feriti da mirabile compassione. E uno di loro, che l'uomo di
Dio chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione
il suo desiderio, si levò su in fretta, prese la tonaca,
la corda e le mutande e le porse al poverello di Cristo, dicendo:
“Io te le do in prestito, come a un povero, e tu prendile
con il mandato della santa obbedienza”.
Ne gode il Santo e giubila per la letizia del cuore perché
vede che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla
fine; e, levando le mani al cielo, magnifica il suo Cristo,
perché, alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui.
Tutto questo egli aveva compiuto per lo zelo della povertà,
che lo spingeva a non avere neppure l'abito, se non a prestito
da un altro.
Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso,
che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce.
Per questo motivo, all'inizio della sua conversione, rimase
nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della
vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli stavano
intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto,
lo lasciassero nudo là sulla terra per il tratto di tempo
necessario a percorrere comodamente un miglio .
Uomo veramente cristianissimo, che, con imitazione perfetta,
si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente;
in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò
l'onore di portare nel proprio corpo l'immagine di Cristo visibilmente!
1241 5. Finalmente, avvicinandosi il momento del suo
transito, fece chiamare intorno a sé tutti i frati del
luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli
li esortò con paterno affetto all'amore di Dio.
Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la pazienza,
la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana,
ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.
Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro
le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché
aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati,
presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.
Inoltre aggiunse ancora: “State saldi, o figli tutti,
nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché
sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro
che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto
verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia!”.
1242 Terminata questa dolce ammonizione, l'uomo a Dio
carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli
e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia:
“Prima della festa di Pasqua... ”.
Egli, poi, come poté, proruppe nell'esclamazione del
salmo: “Con la mia voce al Signore io grido, con la mia
voce il Signore io supplico” e lo recitò fin al
versetto finale: “Mi attendono i giusti, per il momento
in cui mi darai la ricompensa”.
1243 6. Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti
i misteri, quell'anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa
nell'abisso della chiarità divina e l'uomo beato s'addormentò
nel Signore.
Uno dei suoi frati e discepoli vide quell'anima beata, in forma
di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta
al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima,
per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste
sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di
entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa
senza fine.
Era, allora, ministro dei frati della Terra di Lavoro frate
Agostino, uomo davvero di grande santità. Costui, che
si trovava ormai in fin di vita e aveva perso ormai da tempo
la parola, improvvisamente fu sentito dagli astanti esclamare:
“Aspettami, Padre, aspettami. Ecco sto già venendo
con te!”.
I frati gli chiesero, stupiti, con chi stesse parlando con tanta
vivacità. Egli rispose: “Non vedete il nostro padre
Francesco, che sta andando in cielo?”; e immediatamente
la sua anima santa, migrando dal corpo, seguì il padre
santissimo.
1244 Il vescovo d'Assisi, in quella circostanza, si
trovava in pellegrinaggio al santuario di San Michele sul Monte
Gargano. Il beato Francesco gli apparve la notte stessa del
suo transito e gli disse: “Ecco, io lascio il mondo e
vado in cielo”.
Al mattino, il vescovo, alzatosi, narrò ai compagni quanto
aveva visto e, ritornato ad Assisi, indagò accuratamente
e poté costatare con sicurezza che il beato padre era
migrato da questo mondo nel momento stesso in cui egli lo aveva
saputo per visione.
1245 Le allodole, che sono amiche della luce e han
paura del buio della sera, al momento del transito del Santo,
pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi
stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non
so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e
palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva invitate
a lodare Dio.
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